Halloween

gatto bianco alla finestra
Il mio gatto è nero, è alto mezzo metro, pesa dieci chili e aveva nove vite.
Questa è l’ultima, e se insiste a passarla facendosi le unghie sulle scarpe di chiunque, sarà una vita breve.
Nelle vite precedenti ha vagato silenzioso per le stanze di antichi castelli stregati, con porte dai cardini arrugginiti.
Lui, ora che vive in un appartamento riscaldato e privo di mistero, passa il tempo a rievocare i suoni sinistri del suo oscuro passato: per esempio passeggia in salotto tutto solo e fa il verso del cardine di una vecchia persiana lasciata in balia del vento.

Se mi passa accanto e mi vede, si ferma, mi fissa, cigola come un cardine bloccato e bisognoso d’intervento. Se ha fame gli scatta l’urlo rabbioso del cardine che cede sotto i colpi d’ariete dell’invasore.
Ma io gli punto un dito e dico NO!
Lui allora fissa il mio dito, che potrebbe mangiarsi in un boccone, e apre contrito una piccola vecchia porta, con un piccolo cardine interrogativo.
Io gli spiego che è a dieta, che quella cosa che gli pende dal giro vita è ciccia che non promette niente di buono, così ha detto il veterinario, e siamo tutti stufi che lui invece finga di averci un marsupio lì sotto, dove terrebbe gli attrezzi da pesca e i guantini in caso di neve improvvisa. Non ci crede più nessuno.
È un discorso lungo, ma soprattutto vagamente offensivo per i suoi gusti: io parlo e lui fissa sdegnato il muro. Sospende momentaneamente le rimembranze e si mette a imitare il tono petulante della mia voce, intercalandomi.
Forse in una vita precedente è stato anche merlo indiano.
Lo scherzo più crudele me lo ha fatto agli inizi, quando entravo e uscivo dalla porta di casa: ci ho sprecato un’intera bomboletta di spray lubrificante prima di rendermi conto del suo perfetto tempismo.
Ma stanotte è la notte delle streghe: lui mi salta in braccio, incrinandomi una costola, socchiude gli occhi verdi e mi guarda come se ci riconoscessimo in segreto. Fa le fusa. Anche questo è un suono antico, di macine di pietra nei cortili.
Almeno due, direi.

Loredana de Michelis


Questo racconto fa parte della raccolta OFFSET
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