Naxos Song e-book, capitolo XI.

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"A Erwin Strittmatter piaceva contemplare dall'alto la lenta processione dei suoi sudditi: salivano al castello in fila per uno, tirando il loro asino, e recavano in dono ceste di viveri fragranti. Se solo fossero stati un po' più sorridenti e non avessero tentato di avvelenare l'ultimo rifornimento di bevande, il quadro sarebbe stato perfetto.
Erwin passava il resto della mattinata in cima alla torre di Crispi, tuffando lo sguardo nel regno dell’azzurro infinito. Riposava in letti di squisita fattura veneziana, in stanze dai soffitti intarsiati, piene di storia e ritratti di nobili guerrieri. A volte gli pareva persino che i santi bizantini delle icone facessero un cenno con la testa al suo passaggio.
Di sera vagava nel Castello illuminato dai candelabri, ascoltando musica di Wagner e sorseggiando vino dal calice della messa, mentre meravigliosi sonetti si formavano nell’aria, pronti per essere trascritti.
Avrebbe potuto dimorare colà per infiniti giorni di albe e tramonti, sotto cieli trapuntati di stelle. E invece,
come sempre capita quando stai vivendo un momento top, arrivò qualcuno a rompere le uova nel paniere: una bella mattina di Ottobre del 1944, cielo terso e mare calmo, una corvetta inglese si era materializzata nelle acque del porto di Naxos, a guastare il panorama.
La radio nella sala comando in cima al Castro gracchiò, mentre una voce nasale annunciava: - Qui corvetta ptkz della reale marina prrfzt. Avete perso, arrendetevi. -
Erwin corrugò la bella fronte ariana, cercando di non lasciarsi scappare il finale del poema che aveva iniziato la sera prima. Decise che avrebbe aggiustato la radio più tardi e imboccò lo scalone per andare a fare colazione.
La gracchiata dell’inglese tornò a infastidirlo: - Uscite di lì con le mani alzate, veniamo a prendervi con una scialuppa. Portate pure il vino e il formaggio, ma lasciate giù le armi. -
Gli occhi azzurri di Erwin si fecero duri come diamanti: quel mozzo di un inglese stava davvero approfittando della sua pazienza. Afferrò la radio e con voce stentorea, forse un po' troppo stridula, dichiarò: - Giammai! Combatteremo fino a che l’ultimo anelito di vita sarà spirato dalle nostre mortali spoglie! -
I suoi 70 soldati tedeschi, il cui amore verso la vita era ingloriosamente aumentato in quell'ultimo anno a Naxos, si piazzarono mestamente alle feritoie del Castro, puntando le mitragliatrici.
Erwin si vestì di tutto punto, prese i suoi diari, un bicchiere di vino e si ritirò con alcuni ufficiali nella Cappella Kasatza, dove il ritratto di Filippo Qualcosa di Francia lo guardava comprensivo.
Il comandante inglese intanto stava osservando il Castro dal mare: in ogni feritoia si scorgeva un minaccioso baluginare di armi puntate. La pianta del Castro non era pervenuta: da quel che poteva vedere dal mare, si trattava di una costruzione gigantesca su più livelli con mura spessissime, innumerevoli posti dove rifugiarsi e un accesso minuscolo. Più lo osservava, più gli sembrava una grossa, ingegnosa trappola per topi: tentare di invaderla da terra, con i tedeschi che facevano il tiro al bersaglio dall’alto, voleva dire ecatombe sicura. Un colpo di cannone, da quella distanza e a quell’altezza, posto che centrasse il bersaglio, avrebbe soltanto scalfito le case dei patrizi veneziani che avvolgevano il Castro come una sciarpa amorevole, senza arrivare a intaccare le mura interne.
Il comandante inglese si accese un sigaro.
Stettero 24 ore a spiarsi reciprocamente, mentre la radio taceva da entrambe le parti.
Dal paese intanto erano scappati anche i gatti. I vecchi pescatori avevano spostato le barche nella baia di Prokopio e tutti in massa si erano rifugiati sulle colline, dietro la spiaggia di Plaka. A turno salivano su un masso a controllare la situazione: la corvetta aveva manovrato per mettersi di prua e non esporre la fiancata, puntando il cannone verso il Castro. Ponte deserto, nessuna attività in vista.
I naxioti si misero a mangiare un po’ di pane e pomodori e commentarono amaramente che era sempre la stessa storia. La notte era limpida, e a un certo punto qualcuno attaccò a suonare un Buzuki. Un gruppo sparuto di partigiani era sceso in spiaggia tentando segnali verso l’isola di Paros con un piccolo lume, senza ottenere risposta.
All’alba del giorno successivo si alzò un vento malandrino. L’ufficiale inglese era rimasto tutta la notte in sala di comando a guardare le feritoie del Castro, dove ogni tanto s’intravedeva una luce furtiva. Spense il sigaro e si fece passare il comando della portaerei che stava navigando nelle acque di Santorini: - Qua ci sarebbe da derattizzare una roccaforte sopra una collina - disse, e diede le coordinate.
Due aerei della R.A.F. si alzarono in volo diretti a Naxos. La gente che aveva passato la notte a Plaka li sentì arrivare da sud che come un maremoto: alcuni ragazzi si presero per mano e si sorrisero mestamente per farsi coraggio, mentre le madri corsero a prendere in braccio i loro bambini e piegarono le teste per proteggerli.
I bombardieri fecero una virata stretta e scesero in picchiata sul Castro, sganciando quattro bombe in sequenza, che caddero tutte in un raggio inferiore a cinquecento metri. Due palazzi gentilizi della prima cintura esplosero disintegrandosi.
Erwin sfoderò uno sciabolotto persiano intarsiato che aveva trovato in una cassapanca: lo puntò contro la volta della cappella Kasatza, pronto a morire, e pronunciò un’altra frase eroica indimenticabile, che però nessuno riuscì a sentire per via del frastuono.
La bomba arrivò sibilando, sfondò il tetto della cappella e piombò sul pavimento di marmo. Emise un ronzio da mosca arrabbiata e poi tacque, immobile.
Se fosse esplosa avrebbe decretato la fine del Castro, perché sotto la cappella Kasatza ci sono almeno altri cinque piani vuoti: penetrando fino alle fondamenta, la forza d’urto avrebbe probabilmente aperto la roccaforte in due parti. Invece la bomba stava lì inerme, e non era esplosa neppure quella che era caduta all’interno della Metropoli Ortodossa: due bombe su quattro avevano centrato costruzioni religiose e non erano esplose. Il Pope cadde in ginocchio rendendo grazia. Erwin pure cade in ginocchio, per un mancamento.
Piano piano, in punta di piedi, per non disturbare il mostro che dormiva nell’uovo di metallo grigio sul pavimento della cappella, i 70 tedeschi uscirono dal Castro e si consegnarono senza opporre ulteriore resistenza.
Il 15 ottobre 1944 Naxos era libera: i prigionieri tedeschi si allontanavano all’orizzonte a bordo della corvetta inglese e alcuni guardavano indietro, con un po’ di nostalgia. "Un giorno mostrerò tutto questo a mio figlio” pensò uno di loro. E così avrebbe fatto.
Erwin Strittmatter si era messo a scrivere una poesia d’addio e guardava al futuro: se collaborava e non lo processava nessuno, nella Germania dell’est avrebbe potuto fare carriera e diventare persino un poeta famoso. E così accadde.
I partigiani dell’Isola s’impossessarono delle armi abbandonate nel Castro. Un paio di Sikh con un turbante che ai naxioti non piaceva proprio per niente, si presentarono per disinnescare le due bombe inesplose, ma anche queste erano sparite, probabilmente ascese al cielo per essere santificate.
La vita riprese: adesso non c’era più nessun oppressore ma c’erano tante di quelle armi e di quell’esplosivo che si poteva organizzare qualche rivolta nuova. Si cominciò a discuterne nelle taverne, mangiando fichi secchi e bevendo ouzo...

Loredana de Michelis

Il primo capitolo di Naxos Song si può leggere qui http://vadociao.blogspot.it/2014/08/naxos-song-capitolo-primo.html

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